Geo Truzzi: il barbiere volante

di ciclistilombardianonimi

La prima squadra “U. C. Pedale Veloce Carpi” (secondo da dx)
655 km senza sella!!!!!
La 24 ore su tandem Truzzi/Baccarani Velodromo di Cavezzo
XIII Montecatini 27 Giugno
Sei apparso al tocco delle undici davanti al seminario deserto, dai finestroni aperti sui boschi che ricoprono il passo dell’Abetone, dove mi sono fermato per riempire le borracce. Vieni verso di me, un bastone nella mano destra, una rivista arrotolata nella sinistra; cammini lentamente ma guardi dritto davanti a te come il cavaliere azzurro sulla facciata del palazzo comunale. Hai i capelli bianchi e un gilet beige sopra la camicia e i pantaloni grigi. Per quello che riesci ti affretti, e indovino subito un consueto buongiorno, poi ti siedi sulla panchina stanco per lo sforzo e non lo nascondi: ti sei affrettato ad arrivare prima che io ripartissi. Un sorriso in forma di conversazione mentre riprendi fiato, visto che l’esperienza ti dice che io non scapperò via come un ladro. Appoggi il bastone alla panchina e la mano che stringe il giornale sul ginocchio, una mano coperta di macchie di vecchiaia. La copertina della rivista mostra una fotografia di Bartali durante il celebre Tour del 1948; il suo vecchio amico dell’Azione cattolica, De Gasperi, divenuto presidente del Consiglio, gli aveva telefonato per chiedergli di vincere una tappa così da riportare la calma nel paese dopo l’attentato a Togliatti, il segretario generale del Partito comunista. Ti passi la mano tra i capelli: dai gesti e dalle espressioni mi fai capire quanto ti piace la mia bicicletta rosa. In rispetto dell’età, lascio che sia tu a parlare per primo.
Come un buon oratore, ti alzi in piedi e cominci dalle cose importanti: quello che ci unisce e quello che ci separa. Tu non puoi più andare in bicicletta, non hai più le gambe che tu indichi con un gesto tanto più disingannato quanto più loro ti hanno dato un tempo tante soddisfazioni; non hai più neppure il senso dell’equilibrio e già la tristezza invade gli occhi blu, già appannati dalla vecchiaia che incombe. Tutto questo per colpa di un incidente di ventidue anni prima, e ripeti sospirando ventidue anni: un’auto ti ha buttato a terra mentre pedalavi senza chiedere nella a nessuno, una caduta senza scampo, un trauma cranico, nessun ricordo di come è avvenuto né dei giorni subito dopo l’incidente. Il cervello colpito in quelle facoltà che ci rendono liberi, la tua vita divisa in due. E a sessantadue anni continui nella seconda metà, due o tre mesi all’anno nella casetta che possiedi a fianco del seminario, e il resto dell’anno nella capitale dell’aceto balsamico. Mi domandi allora la mia età e che giro sto facendo: quando lo scopri il tuo sguardo s’illumina. Avevi quindici anni all’epoca del Giro del 1949 e la sequenza delle tappe ti fa tornare indietro a una tenera lezione di geografia. Mi invidi ti capisco; mi dici ancora che hai disputato delle corse da dilettante, che non hai mai vinto, e che eri parrucchiere all’Accademia militare di Modena.
Tiri fuori dalla tasca dei pantaloni un portafoglio di cuoio da cui esce un mazzetto di pezzi di carta, promemoria della spesa, numeri di telefono, immaginette della Vergine in estasi; e mi porgi una fotocopia di un ritaglio di giornale in cui ti si riconosce in piedi a fianco della tua bici, una mano sulla sella e l’altra sul manubrio. E a dire il vero non sei poi molto invecchiato. Imparo il tuo nome, Geo Truzzi. Facevi il barbiere dei cadetti, eri conosciuto in provincia; la tua attitudine alla resistenza ti aveva permesso di disputare la 24 Ore del velodromo di Cavezzo e la Modena-Venezia andata e ritorno. Mi fai vedere ancora una foto in cui ti riconosco, sempre più giovane, su una salita, in bicicletta, mentre hai in mano un trofeo che non si capisce cos è, nonostante quello che dici con voce sempre più commossa. Quando ti chiedo se mi puoi prestare la fotocopia, così che possa annotarmi due o tre dettagli, tiri fuori dal mucchietto un foglio ingiallito, che stava vicino a una Madonna. È proprio il ritaglio di giornale, piegato in due per farcelo stare nel portafoglio. Me lo dai, ma io capisco e dico di no, mi va benissimo la fotocopia; tu insisti e io accetto.
In cambio, ti togli il gusto di prendere la mia bicicletta, di sollevarla, di guardare le ruote il cambio la pedaliera, di carezzarne il telaio; ti giri verso di me con uno sguardo nel quale nessuno, nemmeno un santo, saprebbe distinguere la parte piena di meraviglia dalla parte disperata. D’improvviso ti abbassi sulla sella e l’abbracci come un’immagine devota o un oggetto di culto. Non dico nulla. Se io credo al caso, tu credi piuttosto al destino e che Dio ci ha fatto incontrare questa mattina. Resterei li tutto il tempo che ci vuole e allora senza dire una parola mi fai capire che è ora di partire. Mi esorti a prendere la strada, che è il nostro pane comune; mi tendi la mano prendendomi il braccio, e io senza pensarci ti abbraccio e tu mi stringi al petto. Quando ci stacchiamo hai gli occhi umidi e io non credo di essere da meno. Bisogna andare. Salgo sulla bici che mi sorreggi come se fossi un allenatore alla partenza di una cronometro. Mi giro ancora una volta per darti un saluto. Ti sei già fatto piccolo sotto gli abeti verde scuro e assomigli ancora di più al committente raffigurato in un quadro dell’Ascensione. E poi non mi giro più indietro, pedalerò per te, e infatti spingo a più non posso sui pedali.
Ti parlo, passo dal lei al vocativo che si dà alle persone care, agli eroi e agli dei. Nel mio Pantheon, stai insieme a Bottecchia, Bartali, Coppi. Mentre pedali canticchi “ho visto i più begli occhi del mondo ma non ho visto mai occhi come i tuoi”, le donne ti gettano petali di rosa e i bambini ti cantano inni, i giornalisti ti dicono grazie perché non sei Tarzan; raggiungi Vito Ceo, il tenero sognatore che si ripara la testa con la scodella del barbiere. Naturalmente penso ancora a te quando supero il passo dell’Abetone e bisognerebbe che tu mi raccontassi a che cosa può somigliare questo paese sotto la neve.
Ti dedico il minuto di abbuono concesso al primo che transita sotto il gran premio della montagna. Penso sempre a te lungo la discesa dove una foresta fitta come quella della Vallombrosa dà l’impressione di pedalare in un mondo irreale; e ancora nella salita inattesa del colle Oppio quando mi fermo a una fontana e tuffo la testa sotto l’acqua fresca; quando mi sfianco in un falsopiano in mezzo a una vegetazione soffocante; quando vedo i primi cipressi, e poi quando arrivo in picchiata sulla pianura tutta bianca, dove si intravede Pistoia e – non so dove- le case di Ponte a Ema dove Bartali, il tuo idolo, è nato ed è sepolto.
Montecatini Terme, ma non smetto di pensare a te. Ti offro un cono con tre palline di gelato, un cono per te e uno per me. Ti leggo le due piene pagine che il Tirreno dedica alla corse locali di ieri, ogni paese ha la sua corsa. Abbozzi un sorriso per la splendida vittoria di Alessio Bellagamba a Siena e tu dici tra te e te che avresti potuto vincere il gran premio della pasticceria Belcari a Ponsacco, riservato agli esordienti, la prima categoria a 31 km/h di media, e anche la terza a 35km/h.
Le terme non m’ispirano. Tu eclissi Marcello Mastroianni, tu eclissi lo stesso Verdi, che era stato da queste parti nel 1897, fedele alla sua immagine di sovrano universale, retto, vivo, che parla tuttavia come te, senza girare intorno alla questione. “Io sono vecchio, molto vecchio, mi stanco in fretta….le gambe mi sorreggono appena e quasi non cammino più”. Condividi la sua tristezza e tu mi farai quasi rimpiangere di affrettarmi, ma quando mi hai abbracciato lassù, davanti al seminario, è come se io, miscredente, avessi ricevuto dalle tue mani il battesimo e l’assoluzione.
Tratto da:
Di Bernard Chambaz
Ponte alle grazie 2007
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